Brexit: May, possibili chiarimenti Ue

Riparte il dibattito e sono subito schiaffi per Theresa May, alle prese con la missione quasi impossibile di risalire la china della maggioranza perduta per martedì 15, giorno di recupero fissato dopo la grande fuga di dicembre per la ratifica ai Comuni dell’accordo sulla Brexit.

Un percorso finale che la premier conservatrice affronta sotto assedio, presa di mira sulla trincea interna un po’ da tutti i lati, fino all’approvazione oggi d’un emendamento potenzialmente cruciale per metterla all’angolo: una sorta di diktat di Westminster che obbligherà il governo a ripresentarsi in aula in caso di bocciatura “entro tre giorni lavorativi” con proposte alternative allo spauracchio del no deal; e quindi con un ‘piano B’ da rimettere ai voti nel giro di un’altra settimana. Un codicillo approvato da una maggioranza bipartisan di 308 deputati contro 297 che mira a togliere al pericolante esecutivo l’arma dell’aut aut fra la contestata intesa di divorzio delineata dalla premier con Bruxelles in 585 pagine di minuziose condizioni e il salto nel buio temuto da tanti: City in primis.

A mettere i bastoni fra le ruote è stato ancora una volta l’ex ministro Dominic Grieve, la testa giuridica di gran lunga più fine fra i ribelli Tory eurofili, primo firmatario del testo. Ma per farlo passare c’è voluto anche il gioco di sponda con le opposizioni compatte, Labour in testa. E soprattutto il via libera all’ammissibilità dello speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, conservatore atipico e in sonno, il cui ok a un’innovazione procedurale senza precedenti ha mandato su tutte le furie falchi brexiteers e banchi governativi. Il dado comunque è tratto. Altri tre giorni di dibattito, poi – salvo clamorosi colpi di scena – per l’accordo May sarà il momento della verità. A questo punto senza reti di protezione.

La premier non sembra del resto darsi ancora per vinta. I numeri di oggi le sono contro, ma in effetti con margini non irrimediabili se il governo riuscirà a mercanteggiare almeno con una delle due frazioni di rivoltosi contrapposti: lo zoccolo duro dei Tories più euroscettici (in asse con gli alleati unionisti nordirlandesi del Dup); o la pattuglia delle colombe (in grado magari di tirarsi dietro qualche laburista moderato). Per accattivarsi i primi, May ha colto il destro del primo Question Time post natalizio e dell’aspro botta e risposta con Jeremy Corbyn per ribadire che la Gran Bretagna uscirà dall’Ue il 29 marzo senza rinvii, a patto che il suo accordo passi; che le elezioni anticipate invocate dal leader laburista “non ci saranno”; che di secondo referendum non se ne parla; e che c’é spazio per “possibili ulteriori chiarimenti” e rassicurazioni di Bruxelles sul backstop: il criticato meccanismo di salvaguardia del confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord rispetto alla cui ipotetica attuazione ha promesso pure poteri “di veto” sia al parlamento di Londra sia a quello locale di Belfast. Per venire incontro ai secondi, ha insistito invece sulle garanzie del suo accordo per la tutela dei posti di lavoro, i diritti dei 3 milioni di cittadini Ue già residenti nel Regno e del milione di britannici espatriati nel continente, la cooperazione con l’Europa in materia di sicurezza e difesa. Toni pragmatici riecheggiati in aula da Stephen Barclay, nuovo ministro per la Brexit, che al momento non sembrano però convincere i riottosi né spostare gli equilibri.

Mentre molti guardano già al dopo bocciatura. Corbyn accusa la premier di aver “perso tempo in modo sconsiderato” per usare la minaccia d’un no deal di default come ricatto e fa sapere d’aver pronta ora una mozione formale di sfiducia. I filo-Ue più convinti provano a fiutare invece la rivincita referendaria. E infine fra i sostenitori dell’emendamento Grieve fanno capolino i paladini d’un piano B concreto di compromesso su cui cercare di costruire una maggioranza parlamentare trasversale, il cosiddetto modello ‘Norvegia plus’ (ammesso di convincere i 27 a negoziarlo ora): soluzione che, lasciando Londra nel mercato unico e nell’unione doganale, sancirebbe in sostanza una Brexit solo di nome.

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