Mostre: Giorno e Guadagnino a You got to burn to shine

”God is man made”. ”Life is a killer”. E ancora, ”Bad news is always true”. ”The world just make me laugh”. Poeta, performer, attore, artista visivo della Beat Generation capace di lavorare con ogni mezzo, a 82 primavere è John Giorno in persona a inaugurare You Got to Burn to Shine, mostra collettiva (intitolata come una sua celebre raccolta), che fino al 7 aprile porta alla Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma alcune delle sue celebri scritte su tele insieme a una selezione di artisti, tutti accumunati da una tensione verso la sperimentazione linguistica e la ridefinizione estetica nell’epoca post-ideologica. Un viaggio, a cura di Teresa Macrì, che mette insieme generazioni, linguaggi e mezzi diversi, in una comune presa di posizione e di dissenso verso le convenzioni della realtà e, utopicamente, l’ideazione di spazi in cui re-immaginare il mondo. Ecco allora i giocattoli in CeMento di Elena Bellantoni, sul tema dell’infanzia negata, del mare, del paese che affonda, o i grandi pannelli in protesta dei Drawings di Kristof Kintera.

E ancora Fiamma Montezemolo, Luca Vitone, Sislej Xhafa, Roberto Fassone fino a ‘Piu forte del lampo al magnesio, la luce interiore’, enigmatico monolite realizzato dal regista Luca Guadagnino.

”Con il mio compagno per 10 anni abbiamo cercato di capire come si possa mettere in mostra un lavoro letterario”, racconta John Giorno, che tra le sue molte collaborazioni conta anche Andy Wharol e Allen Ginsberg. Questa volta a Roma porta il celebre Dial-a-Poem, servizio telefonico in cui ascoltare poemi a richiesta, e una selezione di quel ”corpus di 45” celebri frasi già esposte a Zurigo e Parigi. ”Qui il risultato è mirabile – si complimenta – ho quasi una cappella al piano di sotto e una passeggiata d’arcobaleno al piano di sopra”. Poi una lunga dichiarazione d’amore per Roma. ”La prima volta l’ho conosciuta nel 1958, seguendo una cantante jazz – dice – Era l’anno della Dolce Vita di Fellini ed io ero lì, a due passi da via Veneto. Sono stato anche al Festival di Castel Porziano, uno dei più grandi cui abbia partecipato in vita mia”. Ma fino al 31 marzo la Galleria Nazionale presenta anche Marina Malabotti fotografa. Uno sguardo pubblico e privato, personale curata da Giacomo Daniele Fragapane con alcuni dei lavori foto-etnografici e l’inedito reportage realizzato dalla fotografa nel 1981 su un anno di eventi alla Gnam. ”Un incarico di cui non sapevamo nulla neanche noi, avuto dopo il successo della sua mostra Imago Mortis – racconta Claudia Palma, direttore dell’Archivio Bioiconografico della Galleria – Su indicazione del marito, l’antropologo Francesco Faeta, abbiamo ritrovato la lettera d’incarico, mentre lui aveva in archivio oltre 1.600 provini”. Così, accanto a lavori noti della Malabotti come Le metamorfosi del tempo e il pionieritisco Il futuro delle bambine, in mostra scorre anche la vita del museo nel 1981, tra la mostra su Michael Graves (e il ‘caso’ dell’operaio Ranucci che tentava sempre di esporre anche una sua opera), i laboratori e l’inaugurazione del Museo Manzù assegnato alla Galleria alla presenza di Enrico Berlinguer, Renato Guttuso e del presidente Sandro Pertini. ”La Galleria – commenta la direttrice Cristiana Collu – è stata istituita come galleria d’arte moderna e contemporanea. Una vocazione che può essere stata appannata qualche volta, ma che non è mai morta in 110 anni. Sono certa che la gente verrà per vedere una mostra e scoprirà anche l’altra”.(ANSA).

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