Vilas indaga dolore e verità

(ANSA) – ROMA, 13 FEB – MANUEL VILAS, ”IN TUTTO C’E’ STATA BELLEZZA” (GUANDA, pp. 410 – 19,00 euro – Traduzione di Bruno Arpaia).

Un libro, una rivisitazione autobiografica, alla fine comunque un romanzo sul dolore e la verità, sul rapporto che si costruisce tra questi due poli, indagando sull’amore e la morte, oltre che sulla scrittura. Manuel Vilas si misura con la propria sofferenza e solitudine scomparso il padre, morta da poco la madre, finito il suo matrimonio con l’aggiunta dell’amore e il senso di colpa che ha verso i figli: il suo stato di prostrazione e tristezza è tale in quel 2015 che lo scrittore dice di esser stato anche a farsi fare una tac di controllo, per scoprire che per quel che riguardava il fisico non c’era nulla di anomalo. E’ allora che ripensa a suo padre e alle conversazioni avute con lui e si mette a scrivere del suo presente e passato, perché solo scrivendo riesce a dare sfogo a ”tanti messaggi oscuri” che gli arrivano da ”il grande fantasma di ciò che siamo: una costruzione lontana dalla natura.

Il grande fantasma ha successo: l’umanità è convinta della sua esistenza. E’ lì che iniziano i miei problemi”. Per arrivare a scoprire che ”in tutto c’è stata bellezza”.

Un libro di nodi che si sciolgono, per certi aspetti crudo eppure intriso di dolente tenerezza (che alla fine si libera in versi, nelle poesie che chiudono la narrazione) in questo ricostruire, ricordare, osservare fotografie (alcune riprodotte nel testo) nel misurarsi con la morte e la vita che continua: ”i vivi contabilizzano gli anniversari dei morti come fossero vivi assenti; cosicché i vincoli si stringono e le contabilità tra vivi e morti trovano intersezioni eccentriche, frutto del fatto che la morte non ha contenuto e che la vita senza la morte non ha finalità…. La morte conferisce un significato inatteso alla vita di qualunque essere umano”. Il padre di Vilas è stato cremato, in fretta come sempre – annota – per far sparire il cadavere che ci costringe a riconsiderare i vincoli che ci hanno unito a lui, ci impaurisce: è il futuro, è ciò in cui ci trasformeremo.

E queste pagine sono in fondo la riconsiderazione di quei vincoli, sono quella sepoltura che a suo padre non fu data, sono una trasformazione in scrittura di una vita, di quello che noi crediamo sia stata e di come la ricostruiamo, perché per lo scrittore è chiaro che la memoria della nostra vita, nel bel mezzo dello svanire di tutte le cose, finisce per avere lo stesso valore della finzione. ”La verità è sempre in costante trasformazione, per questo è difficile dirla…. l’importante è riflettere il suo continuo movimento, la sua irregolare disinvolta metamorfosi”. Del resto più che certa concretezza del padre commesso viaggiatore, è la madre ”punk”, come la definisce, che gli ha lasciato ”il caos narrativo” con la sua necessità di manipolare i fatti, modificare la date di nascita come il suo secondo cognome e così via, non dando importanza alle parole, ”ma alle cose che si travestivano da parole”: ”non è un gioco né una frivolezza, è una sfida alle leggi umane…. non è arroganza, anzi tutto il contrario, è piuttosto dolore. Arrivi all’indifferenza per il cammino del dolore, della vacuità, della mancanza di gravità”. Prende corpo, in modo ondivago, per associazioni e agganci logici o temporali, la storia nella cittadina di Barbastro di una famiglia, il valore e la fragilità dei rapporti e dei sentimenti lungo cinquant’anni, nel passare delle generazioni, dall’esistenza sofferta della nonna con un figlio morto e il suicidio del marito, al presente dei figli ”guardato con la lente d’ingrandimento” per non perderne nulla, perché ”il presente non è un mistero, però appena si trasforma in passato l’enigma lo invaderà”, tra un pranzo della domenica, una telefonata o l’acquisto di un frigorifero, sino a scoprire nella vita dei genitori, inattesa, l’allegria e un anticonformismo nella Spagna franchista, sino a riuscire a parlare con loro, a rievocare una loro notte del 1961 con una danza d’amore da cui lui è nato. Pagina dopo pagina viene dato corpo ”all’amore che provavo per loro, del fatto che quell’amore non se ne va”, per concludere ”Nessuno sa cos’è l’amore”, ma anche che provar piacere nel presente senza coscienza del passato, ”non è un godimento, ma un’alienazione”.

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