Carnevale, festa del mondo

“Non è una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a se stesso”, scriveva Goethe del carnevale, come ricorda Giovanni Kezich, antropologo e direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, autore di vari studi sulle maschere e appunto il carnevale festa del mondo, mondana, “perché il mondo degli uomini vi celebra fasti tutti propri, senza alcun dichiarato riferimento ultraterreno”, sulle cui origini e caratteri circola un repertorio di leggende e notizie varie sfuocate, pretestuose e contraddittorie.

A carnevale si sfila, si va di casa in casa e di casa in piazza, si va dietro i carri e, tutti costretti in comportamenti in genere legati al rito, si cerca protetti dalla maschera l’occasione di qualche burla, che talvolta specie in alcune “tradizioni” potevano però diventare violente, pretesto per regolamento anonimo di conti, come a Ivrea o a Porto Santo Stefano. “A carnevale, ogni scherzo vale”, recita un caposaldo dell’esegesi popolare, che si lega al mito del “mondo alla rovescia”, così che in alcuni luoghi, in aderenza con lo spirito degli antichi saturnali, il sindaco cede per finta le chiavi della città al Re del carnevale, in nome di una rivoluzione sociale effimera, anche se è capitato, nel 1580 a Romans sull’Isère in Francia, che tutto si trasformasse in una rivolta popolare contro le tasse e le prepotenze dei nobili. Naturalmente questa festa è il regno delle maschere e le maschere tradizionali d’inverno, stagione appunto del carnevale, formano in Europa, secondo Kezich, un quadro coerente in cui “gli stessi temi, gli stessi atti rituali, gli stessi personaggi e situazioni rimbalzano da un capo all’altro del continente, secondo il dettato dell’augurale celebrazione annuale della continuità ciclica della vita”, se si libera il campo dai grandi carnevali cittadini come quelli di Viareggio o Venezia, di Colonia o Basilea, mentre acquista interesse la grande sfilata di Pernik in Bulgaria, che con i suoi seimila figuranti dal 1966 è l’evento principale delle mascherate tradizionali europee.

Rispetto alle grandi organizzazioni spettacolari cittadine, i carnevali paesani, più piccoli e modesti, sembrano cosa diversa e con radici più popolari, ma hanno con gli altri molti elementi di contiguità, sono due aspetti di una medesima vicenda in uno sforzo di allegria più o meno forzata che spinse sempre Goethe a annotare a Roma: “un baccano inverosimile, ma di letizia sincera nemmen l’idea”, e spesso conclusa da “quella passione laicale che affligge su un golgota improvvisato un personaggio che riassume in sé il senso della festa e viene consegnato al fuoco come un vero capro espiatorio”.

Il libro affronta poi la nascita della maschera, che l’uomo adotta solo quando è a uno stadio evolutivo di consolidamento della coscienza e identità dell’io, e l’autonomia della mascherata in Europa con figure ambigue e bizzarre del tutto estranee ai carnevali urbani di cartapesta e coriandoli e che hanno una stessa sostanza dai caratteri inquietanti e misteriosi con al centro il giro di questua. Al di là delle diverse denominazioni: Corsa, Zingarata, Banda, Giorno dei vecchi…

Kezich ne studia i diversi aspetti e intrecci con le tradizioni locali, le radice con feste pagane, i legami religiosi, le celebrazioni di stagioni e periodi dell’anno, ne ricerca i natali che vede nell’Italia dei Comuni ben dopo l’anno Mille con la trasformazione in farsa del rito che era nel regime religioso. Il carnevale diventa così un presunto tripudio di licenziosità e di gola legittimato quale necessaria antifona della successiva espiazione quaresimale. Forte di questo salvacondotto, lo studioso spiega come questo periodo di festa sia divenuto protagonista della cultura popolare della rinascenza europea, di cui seguirà le sorti, per prendere infine il piroscafo e andare a conquistare le grandi città della sponda orientale dell’America latina e della Louisiana, dove avrà inizio la sua inarrestabile ascesa sulla scena globale del nostro tempo.(ANSA).

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